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La cosa che “non esiste”, almeno secondo l’astro nascente della politica italiana onorevole Vannacci (non lo chiamo generale, perché per me il generale resta Louis Scola), è il femminicidio. Ora, esiste un dibattito su cosa debba essere considerato femminicidio (su questo, consiglio di leggere ‘Perché contare i femminicidi è un atto politico’ di Donata Columbro), ma è una discussione che vuole semmai allargare i confini di ciò che può essere considerato femminicidio (ad esempio l’uccisione del nuovo compagno di una donna da parte dell’ex). Non certo discutere l’esistenza o meno del fenomeno.

Pochi giorni prima che il dibattito pubblico italiano si concentrasse sulle parole dell’onorevole Vannacci (salvo poi sorprendersi se le persone non votano e non comprano i giornali), la Corte dei Conti pubblicava una relazione dal titolo: ‘La gestione del fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità, con riferimento all’assistenza e al sostegno alle donne vittime di violenza e ai loro figli’.

Siamo, qui, un passo prima del femminicidio. In quello che potremmo chiamare il brodo primordiale in cui cuoce l’idea perversa per cui un uomo decide che la donna con cui stava non ha il diritto di lasciarlo. E che l’aver interrotto la relazione è un’onta da lavare con il sangue. Siamo, qui, in una fase in cui è ancora possibile salvare qualche vita.

Ora, trattandosi di una relazione della magistratura contabile, il primo elemento che viene messo in evidenza riguarda le risorse. Scopriamo così che, dal 2017 ad oggi, per sostenere le donne vittime di violenza e, in buona sostanza, prevenire qualcosa che “non esiste”, lo Stato italiano ha speso oltre 400 milioni. Una cifra che, negli ultimi anni, è cresciuta in termini di stanziamenti annui.

Gli stanziamenti, che ho trasferito dalla delibera della Corte dei Conti a un foglio di calcolo grazie a Claude Opus 4.7, sono passati dai 12,7 milioni del 2017 ai 105,7 del 2025. In totale, negli ultimi nove anni sono stati investiti 401 milioni di euro, ai quali ne vanno aggiunti altri 56 stanziati dalle regioni e dalle province autonome. L’impegno complessivo raggiunge i 457,7 milioni di euro. Bene, ma cosa finanziano questi fondi?

Una delle voci finanziate riguarda le case rifugio per le donne e i loro figli (con l’eccezione dei maschi maggiorenni). Si tratta di strutture, il cui indirizzo è segreto, che offrono alloggio e sostegno gratuitamente alle donne vittime di violenza. La Corte dei Conti, pur riportando dati aggiornati ahimè al 2023, parla di 2.368 donne accolte in quelle strutture, il 64,6% delle quali insieme ai figli e il 61,5% straniere. Sono più di sei per ciascun giorno dell’anno.

Nel 36,7% dei casi, ad indirizzare le donne verso queste strutture sono stati i servizi socio-sanitari territoriali, nel 33,7% altri servizi specializzati, nel 23,4% le forze dell’ordine. Le donne possono rimanere all’interno di queste strutture per un periodo compreso tra i 3 e i 6 mesi, prorogabili a un anno. Cosa succede, però, al termine di questo periodo?

L’aspetto più preoccupante riguarda quella quota di donne, che a livello nazionale è pari al 23,5%, che abbandonano le case rifugio e tornano a vivere con chi le maltrattava. Sono donne che rischiano di rimanere vittima di quella cosa che, secondo qualcuno, “non esiste”. Puoi trovare i dati utilizzati per costruire questo pezzo a questo link.

Il pezzo datadriven della settimana:

L’aspettativa di vita di una persona dipende molto dal luogo in cui vive. E dalla ricchezza di quel luogo, dai servizi che offre, dall’inquinamento. Vale per le nazioni, ma a quanto pare vale anche per i quartieri della stessa città. Una donna che vive a Parigi, ad esempio, ha un’aspettativa di vita di 85,8 anni. Un valore che sale a 89,7 se vive nel centrale e più ricco 6e arrondissment e scende a 81,9 a Stains, nell’estrema periferia nord della città, vicino allo Stade de France. La differenza è di quasi otto anni. E non vale solo a Parigi. Lo raconta Stanislaw Zytynski su The European Correspondent.

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Sono Riccardo Saporiti, datajournalist, scrivo per Wired e per InfoData24, il data blog del Sole24Ore. Se ti è piaciuta questa puntata puoi considerare di inoltrarla ai tuoi amici. Se ti è stata inoltrata, puoi valutare di iscriverti. E magari di seguire mappine su Instagram.

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