Nel giro di un paio di settimane, il voto finale è in programma per il 28 settembre alla Camera e il governo starebbe pensando di porre la questione di fiducia, avremo una nuova legge elettorale. Secondo me non esattamente la questione più urgente in un paese che va avanti a continui rinvii degli sconti sulle accise sui carburanti, ma chi sono io per giudicare.
La cosa interessante è che le elezioni in generale sono una specie di parco giochi per chi, come me, lavora con i dati. Sono piene di numeri, i voti a vari livelli geografici, che puoi incrociare con altri numeri, come il pil pro capite, il reddito medio, la disoccupazione. Lo abbiamo visto la settimana scorsa parlando di Alternative für Deutschland. E quindi la newsletter di oggi è, per me, un divertissement: spero che tu possa trovarla interessante.
In generale, se stai trovando interessante mappine e ti va di aiutarmi a farla crescere, perché non inoltri questo numero a qualcuno che conosci e che pensi possa essere interessato? Mi saresti molto d’aiuto. Grazie.
Partiamo, allora, ma non partiamo dai numeri: partiamo dalle parole. Ovvero le parole che Giorgia Meloni, quando una decina d’anni fa era solo la capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, utilizzava nel dibattito sulla riforma della legge elettorale (al governo c’era Matteo Renzi) proprio per sostenere la necessità di introdurre le preferenze, spazzate via un quarto di secolo prima insieme a buona parte della classe politica italiana.
Qualche settimana fa ti ho raccontato di come stia provando Antigravity IDE, la piattaforma di sviluppo agentico di Google. Per questa newsletter gli ho chiesto di leggere i verbali delle sedute della Camera delle ultime cinque legislature, salvando su un file di testo tutti gli interventi di Giorgia Meloni nei quali compaia la parola ‘preferenze’.
Sono sei gli interventi di Meloni sul tema delle preferenze, tutti concentrati tra il gennaio ed il marzo (lo script in realtà ne ha restituiti otto, due dei quali di Ignazio La Russa che però parlava di preferenze e citava l’attuale presidente del Consiglio: per questo è sempre importante controllare gli output dell’AI). Li ho dati in pasto a Claude e abbiamo generato questa wordcloud:

Tutti argomenti tecnici, se vogliamo, più due invece densamente politici. Il 10 marzo 2014 si discutono tre emendamenti del Pd, che parlano di parità di genere nelle liste. Meloni è in buona sostanza d’accordo, ma sottolinea come con le preferenze evitino che le donne siano “messe nella condizione di dover dire che sono in Parlamento perché qualcuno ha fatto loro la concessione”. Trovi la trascrizione qui.
Il secondo tema riguarda la corruzione, o meglio il fatto che le preferenze possano favorire l’elezione di persone corrotte (diciamo, in generale, di persone che hanno commesso reati: le segreterie dei partiti sono così brave che ci sono riuscite anche senza la preferenze. Ma torniamo al racconto). È il giorno successivo, si discute proprio un emendamento che vuole reintrodurre le preferenze, presentato dal Movimento 5 Stelle.
Tra i vari argomenti a sostegno, Meloni afferma che “dire che con il voto di preferenza si favorisce la corruzione e l'elezione di corrotti equivale a dire che gli italiani sono mediamente corrotti e che se fossero messi nella condizione di scegliersi i propri rappresentanti tenderebbero a scegliere dei corrotti e che quindi questi illuminati dittatori che governano i partiti fanno agli italiani la cortesia di nominare loro i propri rappresentanti perché gli italiani sono indegni per nominarseli. Francamente è una tesi insostenibile”. La trascrizione è qui.
Per questo ho drizzato le orecchie quando Fratelli d’Italia ha bocciato l’emendamento delle opposizioni che voleva reintrodurre le preferenze. Il tema, qui, era salvaguardare l’unità della maggioranza ed è in virtù di questo che si è arrivati al compromesso delle preferenze con capilista bloccati. Così le segreterie politiche potranno blindare la candidatura di chi deve entrare in Parlamento, ma possiamo dire che il popolo può scegliere i suoi rappresentanti. Già, ma quanti?
Questi conti li ho fatti fare a Claude Opus 5. Per farlo, oltre ai risultati delle elezioni 2022, gli ho dato in pasto il testo della nuova legge elettorale come approvato in prima lettura, gli ho spiegato il contenuto degli ultimi emendamenti e gli ho fornito anche i decreti con cui il presidente della Repubblica ha approvato la distribuzione dei seggi in base alla popolazione per la Camera nel 2022 e per il Senato nel 2017. Si chiama contesto: se lo fornisci tu all’AI, eviti che vada a cercarselo. Non sai mai cosa possa trovare nei meandri oscuri dell’Internet.
I colleghi di YouTrend hanno fatto i conti per SkyTg24: in generale, ma questo appare ovvio, più un partito ottiene seggi, maggiore è la quota di parlamentari eletti grazie alla preferenze. Siccome mi volevo divertire, ho preso i risultati delle elezioni 2022 e li ho dati in pasto a Claude Opus 5, chiedendogli di simulare, per ogni partito, quanti parlamentari avrebbero eletto con le preferenze se fosse stata in vigore questa legge. Attenzione: gli ho chiesto di non tenere conto del premio di maggioranza, che certamente fa aumentare il numero di eletti con le preferenze ma in una misura che non è calcolabile senza avere in mano le liste. Il risultato, alla Camera, è questo:

Fratelli d’Italia sarebbe stato l’unico partito ad eleggere più della metà dei deputati (il 55%) grazie alle preferenze. Il Pd si sarebbe fermato al 41,3%, i 5 Stelle al 36,9%, la Lega all’11,1%. Infine Forza Italia e Azione - Italia Viva (non ce la faccio, quanti ricordi [cit.]) avrebbero eletto un deputato ciascuno con le preferenze. E al Senato?

In questo caso, sarebbero stati solo quattro i gruppi con eletti scelti dal popolo, se mi concedi l’espressione. Ovvero Fratelli d’Italia (50%), Pd (37,5%), M5S (36,1%) e Lega (14,3%). In totale, parliamo del 31,8% dei deputati e del 30,2% dei senatori. Intendiamoci, è giocoforza una stima al ribasso: non ho previsto il premio di maggioranza (che con le regole attuali sarebbe scattato), non ho considerato la candidature multiple di capilista (che se eletti in più collegi lascerebbero posto a eletti con le preferenze). Sempre secondo YouTrend, che ha fatto i conti in base alle intenzioni di voto di oggi, i parlamentari eletti con le preferenze dovrebbero essere il 43%. Ma insomma, viene in mente il titolo di una commedia di quel noto autore inglese vissuto a cavallo tra il XVI ed il XVII secolo.
Mentre ci pensi, ti lascio a questo link i risultati delle simulazioni ottenute con Claude. Se li usi, tieni conto che abbiamo escluso gli eletti nelle circoscrizioni estere e quelli della Valle d’Aosta e del Trentino-Alto Adige, che nel 2022 hanno votato con regole diverse. Ah, ovviamente prima di parlartene, li ho controllati con Antigravity: ha avuto da ridire solo sul fatto che Claude abbia salvato i codici in una cartella temporanea, col rischio che li perda. Passa un buon weekend, che io trascorrerò interrogandomi su perché Antigravity abbia accesso alle cartelle temporanee del mio computer: noi ci sentiamo la prossima settimana.
Il pezzo datadriven della settimana:
Visto che in questi giorni stanno riaprendo le scuole, affrontiamo il nuovo anno scolastico con rinnovato ottimismo ma anche con cinque grafici che mostrano la perdita di competenze degli studenti italiani. Li ha realizzati Gianluca Brazzioli per InfoData, il datablog del Sole24Ore.
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Sono Riccardo Saporiti, datajournalist, scrivo per InfoData24, il data blog del Sole24Ore, per Fanpage e per VareseNews, la prima testata locale nativa digitale d’Italia. Ho scritto per 14 anni per l’edizione italiana di Wired. Se ti è piaciuta questa puntata puoi considerare di inoltrarla ai tuoi amici. Se ti è stata inoltrata, puoi valutare di iscriverti. E magari di seguire mappine su Instagram. O su LinkedIn, se preferisci.
